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Ho ascoltato per la prima volta il Cd del quale scrivo queste brevi
note mentre percorrevo con la guida a sinistra la tortuosa strada che
da Cape Town porta al Capo di Buona Speranza circumnavigando la
piccola penisola che è l’avamposto più a sud del continente africano.
Ed è li che ho fatto la deludente scoperta: il Capo di Buona Speranza
non è la punta più a sud dell’Africa ma è solo quella più conosciuta.
La propaggine più esposta del continente africano è infatti il Capo
Agulhas che dista poche miglia e che, a dispetto del nostro ben più
famoso dove non c’è altro che il nulla (a parte qualche starnazzante
turista giapponese) oltre ad una bella targa che vi comunica
erroneamente essere nella punta più a sud dell’Africa, vanta invece un
elegante ristorante ed altri generi di conforto.
Difatti noi al Capo Agulhas non siamo andati ed abbiamo preferito fare
qualche foto ai giapponesi che, a loro volta, scattavano foto e
riempivano con orgoglio bottigliette di plastica con qualsiasi cosa
che pesasse più di un decimo di grammo.
Perché la verità è che oltre alla bellezza del posto, alla sua storia
memorabile (è li che è nata la leggenda dell’Olandese volante il quale
vascello alla deriva pare si incontri ancora) e alle numerose balene
che si possono vedere a vista d’occhio, questo mito del sud più a sud
(seppure veicolato attraverso una informazione decisamente falsa e
tendenziosa) non ci interessava più di tanto.
Noi siamo abituati a pensare il mondo dal nostro punto di vista e ciò
ci è sufficiente. Ad esempio si scopre che, andando dall’altra parte
del pianeta, la luna è al contrario e più a sud si va più la
temperatura si abbassa e d’improvviso, camminando idealmente a piedi
da Cagliari verso il Tropico e poi l’Antartide, si è costretti a fare
una doppia valigia con sandali, T-shirt, Kway, cappotti imbottiti e
scarponi.
Perché è il punto di vista che conta, alla fine. E se così è c’è un
nord sempre più a nord come c’è un sud sempre più a sud.
Ma cosa c’entra tutto questo con il Cd Blau che state
ascoltando o che vi accingerete ad ascoltare? C’entra eccome!
L’Orchestra jazz della Sardegna, se la memoria non mi inganna, si
chiamava prima ‘Blue Note Orchestra’ e giustamente pochi anni fa ha
assunto questa nuova denominazione che la rappresenta pienamente visto
che è l’unica vera Orchestra stabile di jazz che esiste in un’isola,
la Sardegna, dove il concetto del nord e del sud è ancora ben
marcato!. Intendiamoci… Orchestra ‘stabile’ nel senso che esiste da
tanti anni e nel senso che lavora stabilmente con impegno e serietà
riuscendo a tenere insieme (e vi assicuro che la cosa non è affatto
semplice) un folto gruppo di musicisti di tutte le parti della
Sardegna… instabile invece dal punto di vista del proprio stato
economico e giuridico! Ma è una Orchestra del nord oppure del sud? E’
del Capo di Sopra, per ritornare al tema delle propaggini più estreme,
o del Capo di Sotto? Più catalani o africani? Questo non ve lo so
dire. So solo che mentre ascoltavo il Cd Blau guidando a
sinistra nella piccola penisola a sud ovest (ma vogliamo parlare
dell’oriente e dell’occidente…. dell’est e dell’ovest?) pensavo a
tutte queste cose e la musica dell’Orchestra sembrava essere in
perfetta sintonia con quei luoghi visto e considerato che quella parte
del Sudafrica rimanda a un non so che di macchia mediterranea e rocce
granitiche.
Ma la verità è che l’Orchestra di Sassari è riuscita in un intento
preciso laddove molti hanno fallito: quello di tenere unito un gruppo
di musicisti che lavorano stabilmente a progetti originali (dalla
Porgy and Bess di Gershwin alle collaborazioni con Gaslini,
Tommaso, De Vito, Harrell, ecc. fino all’ideazione del Concorso
internazionale di arrangiamento e composizione che si tiene, unico nel
suo genere, ogni due anni a Sassari) e che sentono l’Orchestra come
uno strumento straordinario per fare musica assieme e per condividere
l’altrettanto straordinaria esperienza del gruppo infrangendo una
regola che, in un’isola come la Sardegna, ha dettato legge per molti
anni: quella della divisione basata sull’appartenenza ad una città
piuttosto che un’altra, ad un luogo piuttosto che ad un altro, ad un
sud o ad un nord assolutamente discutibili e molto personali.
L’intuizione di Gavino Mele, mente pensante dell’Orchestra, è stata
quella di vedere la musica per forze creative e non per aree di
appartenenza o bacini di utenza ed i risultati si evincono da questa
nuova fatica discografica.
Se ascoltate con attenzione Blau (diretto mirabile da Giovanni
Agostino Frassetto) vi renderete conto di avere a che fare con una
vera e matura realtà musicale dove il concetto di ‘Orchestra
condivisa’ è molto simile a quello di organici che hanno fatto
storia. Ed i nomi sono quelli di Count Basie, Duke Ellington, George
Russell… laddove il suono del gruppo risponde ad una cifra sonora
sempre più riconoscibile e personale e laddove la scelta del
repertorio è quanto mai originale ed imprevedibile in un giusto
equilibrio tra echi latini e storiche ballads di jazz. A questo
proposito provate a scorrere la mingusiana Duke Ellington’s sound
of love con il toccante solo di Massimo Carboni al sax alto o a
seguire lo sviluppo armonico e melodico di I loves you Porgy
tracciato dalla penna esperta di Frassetto. Per comprendere che
l’Orchestra jazz della Sardegna non è uno dei tanti momenti sporadici
di un gruppo di musicisti che si riunisce perché c’è un disco da fare
ma il frutto di una esperienza corale che in questa opera da i suoi
migliori risultati.
E del resto il Cd non poteva non aprirsi con l’accattivante
Salsedine dove le percussioni di Marco Catta, a cui Blau è
dedicato, raccontano ancora una storia di tutti fatta di assenze e di
presenze, di interminabili viaggi notturni sulla Carlo Felice alla
fine dei concerti tenuti nelle grandi città o nei borghi più piccoli.
Alla ricerca di quel filo che unisce latitudini e longitudini del
mondo attraverso la musica.
Paolo Fresu
Ottobre 2004 |