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Eseguire in pubblico il Porgy And Bess per tromba e
orchestra di Gil Evans (da Gershwin) è oggi possibile: ma solo
due anni fa non lo era. E per una ragione semplice: non ne era
rimasto in giro neppure un foglietto di carta piccolo così.
Nulla di nulla. Zero.
Un destino non poi tanto strano
nel mondo del jazz, che spesso usa la carta pentagrammata, ma
poi la getta via. E però un destino paralizzante. L'unico modo
per cambiare questo stato di cose era incaricare un certosino
di prendere l'intero disco, e trascriverlo nota per nota.
Nel febbraio 1994 la SISMA -
Società Italiana per lo Studio della Musica Afroamericana -
organizzava a Pescara la sua prima rassegna. Ospite d'onore
finale era Gunther Schuller, il grande compositore, direttore
e musicologo americano. La rassegna andò discretamente; la
serata di Schuller benissimo. Si cominciò a fantasticare con
lui di idee per il futuro. Venimmo a parlare di Porgy And
Bess. La Smithsonian Institution gliene aveva
commissionato la trascrizione di quattro movimenti (in tutto
sono tredici). Pensammo: basta trascrivere gli altri nove, e
la eseguiamo tutta. Riferii della conversazione a Lucio Fumo,
responsabile della Società del Teatro e della Musica (nella
cui stagione è inglobata la rassegna SISMA) nonché grande
amante del jazz. Detto fatto, pianificammo Porgy And Bess
per il 1996. Per il solista, Paolo Fresu era la scelta
naturale. Per l'orchestra, dopo vari contatti, si individuò
l'Orchestra Jazz Siciliana, che Schuller aveva già diretto
nell'impegnativo Epitaph di Charles Mingus
Nel marzo 1995 affrontammo
l'impresa, senza immaginare in quale incubo dantesco ci
stessimo cacciando. I costi erano cospicui, e cercammo altre
date per dar luogo a una piccola tournée. Intanto, io non
dovevo essermi spiegato molto bene nel mio inglese con
Schuller, che per lungo tempo continuò a pensare non a
un'integrale di Porgy And Bess, ma a un concerto di
musiche di Gil Evans, con frammenti di Porgy And Bess e
altro materiale già da tempo trascritto. Quando l'equivoco fu
chiarito, il tempo rimasto era spaventosamente poco. Schuller
chiese di posticipare il concerto: ma spostare l'intera
rassegna, e con essa l'assemblea nazionale della SISMA e tutte
le iniziative connesse era follia. Glielo spiegammo, e si
arrese alla necessità. Fu incaricato un trascrittore
americano, un trombonista, di solito affidabile. Le sue prime
pagine giunsero a meno di due mesi dal concerto. Furono
mandate a Palermo dove l'orchestra avrebbe dovuto passarle ai
copisti e provarle. Ma quando Schuller le vide, si accorse che
erano piene di errori. Ormai incastrato in una disperata lotta
contro il tempo, le trascrisse lui stesso, giorno e notte, a
casa, nei cento alberghi dei suoi viaggi planetari, e perfino
in aereo, con il walkman. Il concerto era fissato di sabato:
la notte tra mercoledì e giovedì lo udii finire l'ultimo
movimento nell'albergo di Pescara che ci ospitava, e dove
nessuno di noi due dormiva.
In effetti, con il senno di poi,
la trascrizione era troppo difficile per un orecchio pur
esercitato, ma avvezzo a normali sezioni di trombe, tromboni e
sassofoni. Evans aveva usato quartetti di flauti e trii di
clarinetti bassi, mescolati con tre corni e tuba e al fine di
ottenere impasti morbidi, sfumati e inestricabili. Questa
tavolozza timbrica arcana accettò di rivelarsi fin nei suoi
più segreti e meravigliosi dettagli solo dinanzi all'orecchio
stupefacente di Gunther: intanto, però, l'Orchestra Jazz
Siciliana era partita in pullman per Pescara, e non aveva con
sé tutti gli strumenti necessari. Anzi: non aveva neppure
tutti gli strumentisti. Non si può pretendere, infatti, che in
ogni città del mondo si trovino tipi come i vari Romeo Penque
e Jerome Richardson, su cui Evans poteva contare a New York
nel 1958, capaci di suonare ciascuno una dozzina di ance, con
gran sollievo per l'arrangiatore (e per il ragioniere della
Columbia).
In quel momento, lo ammetto, fui
molto vicino al panico. Tuttavia mi ricordai di essere il
presidente della SISMA, e dissimulai con grande dignità.
Chiamai al cellulare il coordinatore degli orchestrali, che
dal pullman, dopo rapido sondaggio tra i colleghi, mi comunicò
che per puro caso qualcuno dei ragazzi aveva portato con sé,
forse per trastullo, un clarinetto basso o un flauto
contralto. Ebbro di gioia, rifeci i conti: non bastavano
ancora, i maledetti. A tre giorni dal concerto mi attaccai al
telefono, per trovare in Abruzzo un sax baritono, due
clarinetti bassi, un flauto contralto e un flauto basso: se mi
avessero chiesto di cercare otto pinguini in Congo mi sarei
dato più chances. Per un attimo odiai l'inventore del flauto
basso e la sua mamma.
Pur rendendomi conto che le mie
telefonate erano un poco surreali, iniziai la caccia. Come Dio
volle, li trovai tutti. Il terzo clarinetto basso era così
così, ma che volete farci. Giovedì l'orchestra fece la prima
prova. Bastarono pochi secondi per scoprire l'ultima, tragica
verità: le persone incaricate di copiare le parti erano
dilettanti incapaci. Ogni singolo foglio era talmente pieno di
errori da essere inutilizzabile. Niente parti, a due giorni al
concerto. Gunther si accasciò, sconfortato. Mi telefonarono in
albergo per convocarmi d'urgenza alle prove - speravano forse
che avessi la bacchetta magica. Non l'avevo. Trovai Gunther
con le lacrime al suo unico occhio. Fu un momento bruttissimo.
L'organizzazione era dispersa:
qualcuno che avrebbe dovuto rendersi utile stava lì solo a
peggiorare le cose, bighellonando al bar o supervisionando il
nulla. In realtà c'era da fare una sola cosa: tutti i ragazzi
dell'orchestra si sarebbero dovuti copiare le parti da soli.
Bastava fare montagne di fotocopie della partitura
d'orchestra. Ovviamente l'avevano già capito, e avevano
iniziato. Con piglio napoleonico, mi misi a sovrintendere alla
fotocopiatrice, strumento di cui sono un virtuoso. Accelerai
di dieci volte l'uscita dei maledetti fogli formato A3. Li
rimisi in ordine. Una persona che non sa distinguere un do
centrale da un gelato al pistacchio si mise, chissà perché, a
ricontrollare il mio lavoro. Persi la testa, e cacciai urla
degne di un profondo conoscitore dell'Uomo di Neanderthal
quale mi vanto di essere. Ciò ebbe subito un effetto benefico:
l'incompetente tacque e si ritirò in un angolo. Trovai i
ragazzi dell'orchestra decisi a sputare sangue pur di farcela.
Benedissi il proverbiale orgoglio siculo e tomai in albergo
con Gunther, non ottimista ma rasserenato.
Il giorno dopo tornai a occuparmi
delle altre mille faccende del festival, lasciando sul campo
il valoroso Stefano Zenni. Un socio della SISMA, il
compositore e arrangiatore Gianclaudio Piedimonte, fece
miracoli copiando parti presto e bene. Sabato mattina si
svolse l'unica prova, mentre io passavo la giornata tra le
delizie dell'assemblea SISMA, relazioni, dibattiti, alzate di
mano, approvazione di bilanci consuntivi e preventivi. La sera
eravamo tutti sul palcoscenico, e io presentavo l'orchestra,
Paolo e Gunther con il mio più smagliante sorriso da
ventennale iscritto al collocamento ENPALS. Il pubblico chiese
e ottenne anche due bis. Loro erano contenti, noi figurarsi:
l'avevamo scampata bella.
Per mia fortuna nessuno aveva
avuto il coraggio di venirmi a dire, prima del concerto,
l'ultima disgrazia. In quei giorni di tensione e angoscia, a
Paolo Fresu era spuntato un herpes da stress sul labbro, che
l'aveva mezzo handicappato. All'una di notte, mentre con
Gunther e Lucio Fumo scaricavamo le nostre tensioni represse
su un'incolpevole pizza ai quattro formaggi, mi sorpresi a
rimpiangere i giorni di quando ero bambino, andavo a sentire
Duke Ellington, papà pagava il biglietto, i sassofoni dorati
luccicavano, e non avevo pensieri.
(Marcello Piras) |