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Note introduttive di Bruno Tommaso |
Il muro di Berlino
è crollato nel 1989, ma in
Italia per assistere al crollo
del muro tra il jazz e la
“musica istituzionale” abbiamo
dovuto attendere gli anni ’90…questo
ovviamente dal solo punto di
vista giuridico e limitatamente
alle pubbliche istituzioni
didattiche, poiché altri muri ,
per lo più di natura mentale e
culturale restano ancora in
piedi, ed il lavoro per
superarli si presenta lungo e
non facile.
La stabilizzazione del Jazz nei
Conservatori italiani con lo
status di Scuola abilitata a
rilasciare Diplomi (e più
recentemente Lauree di primo e
secondo livello) si è
concretizzata ad un ventennio di
distanza dal primo esperimento
romano del 1971/73 dopo
burrascose vicissitudini
burocratiche e vertenze
sindacali,…
Perché questa premessa per la
presentazione di una semplice
composizione musicale?
E’ presto detto.
L’assunto di partenza
dell’Eccezione e la Regola è la
perenne ricerca del dialogo tra
diversi, del confronto in
alternativa allo scontro, della
liberazione da pregiudizi e
stereotipati quanto insulsi
luoghi comuni.
L’idea di valorizzare alcuni
giovani musicisti sardi in
un’opera che li coinvolgesse
insieme con il più storicamente
accreditato tra gli ensemble
orchestrali jazz dell’isola
rischiava di spalancare la porta
alla facile soluzione della
rilettura jazzistica di musica
tradizionale della Sardegna,
strada non spregevole pur se non
nuova, ma che poteva dar luogo
ad un altro immaginario recinto
di autocolonizzazione e di
autocompiacimento, e per giunta
in questo caso, per mano di un
musicista non sardo (anzi,
originario di un’altra isola) a
meno di non elaborare una
progettualità basata su
contributi anche etnici e
popolari, inquadrati in un
ambito di ampio respiro europeo,
mediterraneo, insomma senza
confini, e badando a sgombrare
il campo da prevaricazioni
culturali di sorta: un utopia
certamente, ma le utopie, almeno
in musica, sono realizzabili
concretamente, sia pur non senza
fatica.
La fonte ispirativa principale è
stata la danza, poiché il
rapporto tra suono e movimento,
tra flusso acustico e carnale
fisicità, può rappresentare un
affascinante tratto in comune in
tutte le musiche del mondo.
Per l’ouverture si ricorre
all’Allemanda, che con il suo
implacabile ritmo binario e la
fitta suddivisione apparentabile
con lo shuffle, rivela, in una
forma che più europea di così
non si può, un’insospettabile
matrice ancestrale africana.
Non si rinuncia alla “sardità”,
ma sempre giocando di rimandi e
di richiami, così il Passo
Torrao affidato alla fisarmonica,
si giova di spunti tematici
derivati da una cultura musicale
immaginaria, per esempio quella
di un ipotetico giovanotto che
di giorno lavora tra i
grattaceli e di sera intrattiene
i suoi compaesani aggiungendo
alla sua musica i nuovi
ingredienti appresi dai suoi
nuovi compagni di lavoro, mentre
l’austera visionarietà arpistica
dell’Aria di Arborea ci mostra
un concetto di civiltà capace di
non confondere l’indipendenza
con l’isolamento,
La Danza dei Guerrieri (con i
nostri due trombettisti nel
ruolo degli eroi – antieroi) ha
invece un preciso riferimento
iconografico: la statuina dei
guerrieri in lotta di Uta –
Monti Arcòsu, o meglio, la
fotografia della statuina in cui
mi imbattei anni or sono
sfogliando le pagine di un bel
libro sulla civiltà sarda del
professor Luiu. I miei occhi non
l’hanno mai vista dal vivo, e
forse è meglio così, perché
sorprendentemente questa
percezione mediata, parziale e
con una dimensione in meno, ha
potuto scatenare una serie di
sceneggiature sul senso di
questa opera. Siamo sicuri che
siano dei guerrieri? E se lo
sono, siamo sicuri che stiano
lottando? Forse fanno ginnastica,
o giocano, o si dedicano ad
altre attività meno facilmente
confessabili in una società
perbenistica.
La Passacaglia è una delle forme
di danza della nostra tradizione
che proprio per questo suo
ossessivo incedere di un ciclico
“walking bass” può con
naturalezza essere spostata
dall’originaria funzione di base
di partenza per variazioni ai
territori abitati dal songbook ,
dalla parafrasi e
dall’improvvisazione.
L’episodio conclusivo “La Grande
Fuga e Galop” ha un origine
cinematografica.
La Grande Fuga (intesa in senso
non solamente e non strettamente
musicale) recupera l’ansia
insopprimibile di libertà dalla
prigionia e dall’oppressione e
la fantasiosa creatività che ne
deriva, così luminosamente
disegnate nel film omonimo.
Il Galop è un omaggio a Nino
Rota e alla sua abilità nel
farsi complice del Maestro
Visconti nella creazione del
solenne contrasto tra la
scatenata allegria dei giovani
bene, nonché nobili ballerini, e
l’ineluttabilità della morte
presentita dal Principe di
Lampedusa nella scena finale del
Gattopardo, in una Palermo
conquistata da nuovi padroni, ma
ancora intrisa dei sapori
lasciati dagli antichi
dominatori greci e arabi.
Ma il titolo?
E già, quasi dimenticavo.
L’arte in genere, e la musica in
particolare sono piene di regole,
ma hanno anche qualche eccezione.
In qualche caso le eccezioni
sovrastano le regole.
Questo è uno di quei casi.
Bruno Tommaso